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  IL SUPERLATIVO DI AMARE
Sergio Garufi
Narrativa
Collana: Romanzi
Pagine: 320
Prezzo: € 16.50
In libreria dal: 4 Settembre 2014
Libro  disponibile

   
 
 IL LIBRO  
Gino, quasi cinquant’anni, umbro di origine, scrittore di un solo libro, campa a Roma come traduttore (ora è alle prese con Cortázar, ma poi non si prospetta niente di buono), trascina una relazione con una donna sposata, non ha soldi, non ha certezze, non ha legami. Insomma, all’apparenza, è uno dei tanti sfigati ultraquarantenni che popolano la narrativa italiana. Ma non è così. Il problema di Gino è che, uno a uno, i suoi desideri sembrano avverarsi: lo scotto da pagare sarà notevole, sarà paradossale, ma quello che avete in mano, cari lettori, in piena controtendenza, è la tragicommedia di un uomo che ce la fa.
Ambientato tra Roma, Parigi, Bruxelles e l’Umbria, Il superlativo di amare è un romanzo che ne contiene molti: il romanzo di un uomo nel pieno della maturità che deve fare i conti con l’eterno conflitto tra le aspettative giovanili e la loro evaporazione; il romanzo di una generazione che è stata tenuta in panchina e a cui ora viene chiesto di farsi completamente da parte; ma anche, e prima di tutto, il romanzo di un amore e di una cocciuta, ironica, romantica fedeltà a sé stessi e alla propria storia, alle passioni mai spente e agli ideali inattinti della giovinezza, unico antidoto contro la vanità e l’indifferenza di un mondo che promette sempre di mutare per rimanere sempre uguale.
 
 
 I GIUDIZI  
"Oggi Sergio Garufi ha una delle penne più felici d’Italia."
Tiziano Scarpa
"Mi è piaciuto molto... La storia di un tizio che perde il lavoro e da quel momento la vita si mette a cercarlo."
Lorenzo Jovanotti
 
 
 UN BRANO  
"Il mio primo giorno da disoccupato cominciò come al solito, alle otto. Tito balzò puntuale sul letto e mi si piazzò sulla pancia con tutto il suo peso. Aveva un metodo infallibile: esercitava una pressione tale sulla mia vescica che dopo poco ero costretto ad alzarmi per pisciare. A quel punto il sonno era bello che andato, e a me non restava che vestirmi per portarlo fuori. Se facevo resistenza mi fissava implorante e cominciava a leccarmi in faccia, finché non lo accontentavo e pronunciavo la parola fatidica: andiamo. Lui non sgarrava di un secondo, era abituato a uscire a quell'ora, e che fosse Natale o un lunedì, che lavorassi o meno, non contava.
Avevo contato io, però. Una notte intera con gli occhi sbarrati a valutare le conseguenze, a far quadrare i conti senza lo stipendio, a cercare un briciolo di senso nella tirata di Sessa. Aveva ragione? Il licenziamento era un'opportunità, o quella parola era solo l'alibi della sua cattiva coscienza?"
 
 
  L'AUTORE  
Sergio Garufi